Nei periodi di maggio e settembre, lo Stretto di Messina diventa testimone della rotta migratoria di diverse specie di uccelli, tra cui falchi, acquile e cicogne. Tra questi il protagonista del passo, monitorato dai volontari dell’Adorno, è il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus). Storicamente questa tratta rappresenta uno degli hot-spot internazionali per presenza di fenomeni di bracconaggio. In particolare, per tradizione prima e per pervicacia di una cultura criminale oggi, gli uccelli che si trovano ad affrontare l’attraversamento dello Stretto sono fatti bersaglio di colpi di fucile, sparati dalle radure o, in qualche caso, da abitazioni private, sia sul versante calabrese che su quello siciliano.
I campi sul versante calabrese si svolgono in piccoli gruppi, per lo più nelle ore diurne ed hanno ad oggetto l’individuazione delle aree di passaggio degli uccelli, tramite l’analisi dello stato metereologico e dei venti, l’utilizzo del binocolo e spostamenti in auto. L’identificazione dell’esatta traiettoria di passo consente l’appostamento dei volontari nelle zone chiave di passaggio ed il controllo del territorio. In presenza di movimenti sospetti di persone o di spari, a riprova dell’utilizzo di armi in un periodo in cui la caccia non è consentita i volontari provvedono a segnalare alle autorità competenti quanto registrato.
Durante il campo frequenti sono anche gli interventi di recupero di uccelli uccisi dai colpi di fucile, quali prove di reato da consegnare alle autorità, o di animali feriti, che vengono per quanto possibile curati e affidati ai centri di recupero preposti.
Nei primi anni di attività, parallelamente alle attività anti bracconaggio, sono stati realizzati censimenti di rapaci e cicogne e studi sul fenomeno della migrazione sul Mediterraneo Centrale che sono stati pubblicati dalla più importanti riviste specializzate.
L’uccellagione è un particolare tipo di caccia illegale, non selettiva, perpetrata tramite dispositivi fissi o mobili (trappole, reti e vischio), che porta alla cattura indiscriminata di uccelli, ivi incluse specie protette e particolarmente protette.
Il contrasto a tali barbare pratiche è al cuore delle attività dell’Adorno sin dagli anni ’80. I campi interessano per lo più Calabria, Sicilia, Sardegna meridionale e il bresciano, in Lombardia, nei mesi di novembre e dicembre.
I campi anti-uccellaggione si svolgono in piccoli gruppi, per lo più nelle ore diurne, e hanno ad oggetto l’esplorazione dei territori costituiti da campi incolti, bosco e macchia mediterranea alla ricerca di postazioni di cattura, di sentieri di trappole o di filari di reti fisse. Una volta rinvenuti i sentieri o gli appostamenti, i volontari lavorano primariamente allo scopo di identificazione dei bracconieri. Svolgono pertanto attività di monitoraggio dei sentieri tramite il posizionamento di telecamere nascoste e di intelligence sul territorio, in collaborazione con le Forze dell’Ordine. Il lavoro di intelligence volto alla segnalazione alle autorità di individui dediti a queste attività illecite è ritenuto di primaria importanza, sia allo scopo di debellare il fenomeno alla radice che di coltivare e diffondere una cultura della legalità. Anche se, purtroppo, questi obiettivi in Italia non sono facili da raggiungere, dal momento che i reati di bracconaggio sono ritenuti di secondaria importanza.
Non solo, l’esito finale delle attività su campo resta sempre quello di neutralizzare i sentieri: le trappole vengono rimosse dai volontari, censite e consegnate alle autorità competenti ad integrazione dei dossier degli illeciti registrati.
Il contrasto all’uccellaggione prevede, inoltre, operazioni accessorie eventuali, quali il monitoraggio della compravendita di uccelli nei mercati locali, ivi inclusi gli esercizi di ristorazione, e la detenzione illegale di fauna selvatica per la segnalazione agli enti competenti.
L’Operazione “Frabette” è nata nell’estate 2020 per contrastare il gravissimo fenomeno dell’uccisione estiva, dunque in periodo di divieto generale della caccia, dei beccafichi (Sylvia borin) in migrazione post riproduttiva. Questi uccelli particolarmente protetti dalla legge italiana raggiungono alla metà di agosto le alture prospicienti lo Stretto di Messina e qui si fermano per circa un mese in attesa di riprendere la migrazione verso l’Africa. In questo periodo ricostituiscono le scorte di grasso nutrendosi prevalentemente di fichi. Vengono tradizionalmente uccisi in gran numero dagli “amanti della natura” sia per autoconsumo che per essere venduti ai ristoranti del Nord Italia. Nell’agosto 2020 i volontari del CABS, operando con il Reparto Operativo SOARDA dell’Arma dei Carabinieri – che allora era ancora un reparto efficiente – sorpresero a Villamesa di Calanna due bracconieri i quali, utilizzando due richiami vietati, sparavano agli uccelli stando sdraiati sotto alberi di fico. Uno dei due era addirittura privo di porto d’armi e utilizzava un fucile prestatogli dall’amico. Nell’agosto del 2023 i Carabinieri del Gruppo Forestale di Reggio Calabria, operando con la collaborazione dei volontari di CABS e Gruppo Adorno, denunciarono 4 bracconieri che sparavano agli uccelli a caccia chiusa, uno nella zona di Calanna e tre nel territorio di Fossato, nel Comune di Montebello Jonico. L’operazione si è ripetuta anche nell’estate del 2024 sempre con l’ausilio dei militari del Gruppo di Reggio Calabria. Il primo giorno è stato sorpreso sulle alture di Pellaro un altro bracconiere che aveva ucciso diversi uccelli attirati con l’ausilio di un richiamo elettroacustico posizionato su un albero. Successivamente il primo settembre, in coincidenza con l’apertura della caccia, una persona è stata arrestata sulle colline di Archi mentre esercitava l’attività venatoria utilizzando un’arma clandestina. Lo stesso giorno nella zona di Concessa di Catona sono stati individuati due cacciatori che avevano abbandonato i due fucili dietro il muretto di un agrumeto dal momento che uno dei due era privo di porto d’armi. I due sono stati denunciati per omessa custodia e porto abusivo di armi, nonché per uccisione di specie protette in quanto avevano abbattuto, insieme a numerosi esemplari di Colombaccio, anche delle Tortore dal collare. Nella zona è stato anche ritrovato e sottoposto a sequestro un giovane Falco di Palude appena ucciso.
Il bracconaggio ai mammiferi è una pratica relativamente diffusa in Italia. Questa può essere praticata ai danni di specie cacciabili, ma al di fuori dei tempi e degli spazi previsti per legge (come nel caso del Cinghiale, Sus scrofa), oppur, per mezzo di trappole o di altri mezzi non consentiti, a specie protette (come nel caso di lacci atti alla cattura del Gatto selvatico, Felis silvestris).
Le pratiche di contrasto a questo fenomeno si svolgono, di norma, in concomitanza con le attività di contrasto all’uccellaggione e di bracconaggio ai rapaci, e prevedono ugualmente attività di intelligence nonché di rimozione dei dispositivi di caccia illegali.
Un tipo particolare di bracconaggio ai mammiferi che merita attività di contrasto specifiche è quello al ghiro (Glis glis). Questi viene infatti cacciato illegalmente per mezzo di fucili, nelle ore notturne, o previo il posizionamento di trappole. Qui, il contrasto al fenomeno avviene soprattutto tramite attività di monitoraggio degli habitat del ghiro, segnalazione di illeciti alle autorità competenti ed eventuale verifica del mercato di sbocco locale (es. ristorazione).
Il contrasto al bracconaggio marino viene portato avanti tramite il monitoraggio del litorale e riguarda l’uso di reti da parte di soggetti sprovvisti di licenza o l’utilizzo di altri mezzi non consentiti, come la pesca diurna con uso di autorespiratori o notturna per mezzo di torce o/e autorespiratori. Questi illeciti vengono prontamente segnalati alle autorità competenti. Ancora, il bracconaggio marino viene combattuto tramite il controllo dei mercati locali (es. pescherie), segnalando alle autorità i casi di vendita di specie non consentite, per dimensioni o periodo di pesca.
Le attività di contrasto al bracconaggio marino avvengono in concomitanza con le altre attività dei campi.
Un tipo particolare di attività che viene svolta durante i campi di monitoraggio del passo dei rapaci, sullo Stretto di Messina, è quella inerente alla salvaguardia degli habitat di riproduzione e schiusa delle uova del fratino. Questo minuscolo trampoliere, infatti, depone le uova in aree specifiche del litorale calabrese, che sono tuttavia spazi di turismo balneabile e di passaggio frequente ed illecito di veicoli a motore. Le attività del campo a protezione del fratino sono volte alla protezione del suo habitat, tentando di salvaguardare dal degrado le poche aree idonee alla nidificazione, con la frequente pulizia (effettuata rigorosamente in maniera manuale, dunque senza uso di rastrelli) dalla plastica e dagli altri rifiuti, lasciando sulla spiaggia il materiale portato dalla marea, come le canne, che costituiscono per gli uccelli un importante mezzo di riparo dai predatori; che alla tutela del nido, con la delimitazione dello stesso, delle uova e dei piccoli nati con cartelli e cordini. O con la segnalazione del transito o sosta sulla spiaggia di veicoli a motore. Il campo di protezione dal fratino diventa anche occasione di sensibilizzazione del pubblico (e indirettamente delle amministrazioni locali, che sono tenute per legge alla sua tutela) all’importanza di questa specie e alla necessità della sua salvaguardia.