LA PESCA E LA COMMERCIALIZZAZIONE DEL PESCE NELLE MANI DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
L’Italia è senza dubbio alcuno la capitale mondiale dell’illegalità. Cinque organizzazioni storicamente riconosciute – mafia, stidda, ‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita – ci danno questo incredibile primato, del quale quasi sempre ci si dimentica quando si analizzano le cause dei mali italiani. Una sorta di rimozione collettiva o di confinamento di questi fenomeni - di gravità inaudita e che rendono impossibile qualsiasi forma di convivenza civile e di evoluzione democratica del nostro Paese - a manifestazioni folcloristiche tanto care agli ignoranti turisti che scelgono il nostro Paese per le vacanze. Ovviamente è molto più grave quando questa mancata percezione riguarda coloro che ci governano, che dovrebbero improntare ogni loro atto al contrasto di queste forme criminali, per rendere più difficile che continuino a inquinare la società italiana. E invece non è così! Anziché potenziare tutti i meccanismi di controllo si tende a depotenziarli. E del resto il fatto che l’attuale Primo Ministro, Giorgia Meloni, in una delle sue prime uscite pubbliche nel Mezzogiorno dopo la sua elezione, abbia pubblicamente affermato il 26 maggio 2023 a Catania, cioè una delle capitali dello stato parallelo, che “far pagare le tasse ai piccoli commercianti è pizzo di stato” (Meloni: "Tasse ai commercianti pizzo di Stato? Parlavo di caccia al gettito", l'imbarazzo di Giorget - YouTube) la dice lunga sulla reale consapevolezza della gravità dei fenomeni illeciti e della volontà di combatterli (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” reciterebbe l’Art. 53 della Costituzione Italiana). La pesca ovviamente non è estranea a questo mondo a tinte fosche. I pescherecci sono un mezzo ideale per i traffici illeciti che forniscono il carburante alle associazioni mafiose, i soldi, di cui sono voraci e insaziabili consumatrici. Nel nuovo continente le droghe si spostano da Sud a Nord a bordo dei sottomarini dei narcos. In Italia non siamo ancora a quel livello o forse non ce n’è bisogno: i controlli a bordo dei pescherecci, almeno durante la navigazione, sono praticamente inesistenti (i sequestri di pesce avvengono nella stragrande maggioranza dei casi a terra, quasi mai sulle barche). E così negli anni ’80 trafficanti reggini di fauna selvatica facevano affari trasportando a bordo dei pescherecci grossi carichi di migliaia di piccoli uccelli protetti dalla Calabria, dove erano stati illegalmente catturati, in direzione Malta, dove erano e continuano ad essere richiestissimi e oggetto di traffici milionari. Il 21/12/2007 la Guardia di Finanza di Noto fermava a Porto Palo (SR) un gruppo di quattro trafficanti reggini, tra cui una donna, mentre imbarcavano 2000 uccelli protetti su un peschereccio diretto a Malta. Gli uccelli (cardellini, verzellini, frosoni e verdoni) di cui 60 già morti, viaggiavano della Calabria su un furgone con auto in appoggio. E questi traffici di animali, purtroppo, proseguono ancor oggi e sono fiorentissimi. E poi ci sono i diamanti, le armi, la droga. Il 21 luglio 2023 la Guardia di Finanza era sulle tracce di un carico di cocaina proveniente dal Sud America a bordo di una nave cargo. Quando gli investigatori hanno visto che alla nave si avvicinava il peschereccio Ferdinando d’Aragona, registrato al compartimento marittimo di Reggio Calabria con la matricola RC 1949 che aveva spento il sistema satellitare AIS, di cui tutti i pescherecci al di sopra di una certa stazza sono obbligati a dotarsi, hanno capito che il momento era arrivato. A bordo del natante, con un equipaggio formato esclusivamente da stranieri a parte il Comandante, Vincenzo Catalano nato a Scilla 35 anni prima e residente a Bagnara Calabra, sono state trovate e sequestrate 5,3 tonnellate di cocaina che poco prima la nave madre, il mercantile Plutus, battente bandiera della Repubblica di Palau, aveva scaricato in mare. La Guardia di Finanza ha precisato che sono numerosi i pescherecci, soprattutto siciliani, che sono soliti spegnere il sistema satellitare nel Canale di Sicilia. E infatti nel mese di settembre 2024 540 chili di cocaina sono stati sequestrati a Catania, sempre dalla Guardia di Finanza, su di un peschereccio, questa volta siciliano. I cinque occupanti (4 italiani e un serbo) sono stati arrestati mentre recuperavano i colli galleggianti in mare. Le nostre informazioni ci dicono che la mafia ha un metodo molto semplice per condizionare l’attività di un peschereccio: poiché le manutenzioni di queste che ormai sono vere e proprie navi sono costosissime, quando si verifica un danno importante il proprietario viene avvicinato e gli viene promesso un “aiuto” per le riparazioni. Così la barca entra nella “disponibilità” della cosca o direttamente nella sua proprietà e diventa un mezzo per i traffici illeciti. Del resto che la pesca e il mercato del pesce nell’Italia meridionale siano gestiti dalla criminalità organizzata è dimostrato dalle recenti indagini che hanno riguardato i porti e i mercati più inquinati del Sud e delle quali quella che segue rappresenta un sintesi.
Ballarò. Uno dei principali mercati europei di fauna selvatica, sia terrestre che marina. A Palermo è soprattutto qui che viene sistematicamente venduto pesce privo di qualsivoglia etichettatura e tracciabilità e quindi di provenienza illecita. A dicembre 2017 i Carabinieri hanno intercettato due boss mentre affermavano: “ A Ballarò ci sono 2.000 putie e pagano tutti!”. Nel 2022 ancora arresti: “Ballarò è un enclave della famiglia Mulè, padre e figlio. Si davano appuntamento in una sala da barba per decidere ogni cosa, persino come andavano sistemate le bancarelle del mercato”.
Pescheria. Il racket delle bancarelle domina anche in questo mercato di Catania. Anche qui il pesce è “regolarmente” privo di etichettatura. Il 28.07.2018 Salvatore Bosco arriva a Catania con una partita di Pesce spada pescato a Malta. La sua intenzione era di venderla proprio al Mercato della Pescheria. Ma non ha fatto i conti con le “regole” che governano il mercato. Chi ti manda? Gli chiedono alcune persone avvicinandolo. Lavoro per Turi di Pachino, risponde, pensando che fare il nome del boss siracusano Salvatore Giuliano potesse bastare. “Per vendere il pesce ci vuole il permesso di Massimo (Massimiliano Salvo, ritenuto, benché in carcere dal 2017, uno dei capi della mafia catanese). Quello è il lasciapassare”. (Indagine Araba Fenice della DDA di Catania).
Gela. “Patto mafioso tra il clan gelese dei Rinzivillo e i palermitani/corleonesi Guttadauro di Brancaccio, Tagliavia di Corso dei Mille e Riina per gestire il mercato di prodotti ittici in tutta la Sicilia, con mire espansionistiche anche su mercati, ristoranti e rivendite di pesce surgelato di Roma, Milano e Torino e su quello tedesco” ( Indagine del 2017 delle DDA di Caltanissetta e Roma).
Scilla/Bagnara. I clan Nasone-Gaietti imponevano il proprio pesce ai ristoratori. Indagate 22 persone destinatarie di altrettante misure cautelari richieste e ottenute dalla DDA di Reggio Calabria. Attraverso un prestanome, Giuseppe Fulco, nipote del defunto boss Giuseppe Nasone, la cosca gestiva una pescheria a Scilla. Anche i commercianti di Bagnara, per vendere il Pesce spada a Scilla dovevano rivolgersi al boss: “A Scilla si fa quello che dico io, quando lo dico io e come cazzo voglio io!” ”Ogni Pesce spada che prendi qua mi dai a me cento euro”. (Indagine Nuova Linea della DDA di Reggio Calabria, settembre 2022). Bagnara Calabra è divenuta famosa per il servizio di Report, RAI 3, sulla pesca abusiva. Quando Sabrina Giannini riuscì tra l’alto a filmare un vigile urbano che al porto della cittadina tirrenica apriva il cofano della macchina e vi riponeva un piccolo Pesce spada. Lo stesso porto è stato posto sotto sequestro dai Carabinieri il 18 febbraio 2021 (e dissequestrato solo ad aprile 2023) per “inquinamento e disastro ambientale” a causa dei rifiuti di ogni tipo, per lo più provenienti dalle attività pescherecce, inabissati nei fondali antistanti le banchine. E il 22 dicembre 2021 sedici pescatori sono stati denunciati per avere violato i sigilli apposti all’area portuale su disposizione della Procura della Repubblica di Reggio Calabria.
Gioia Tauro. Il mercato del pesce (e della cocaina proveniente dal Sud America) non sfuggiva al controllo della cosca Molè: “A Gioia Tauro nessuno deve avere pesci” (novembre 2021, indagine Nuova Narcos europea della Procura di Reggio Calabria). “Le cosche Piromalli e Molè si riappacificano per il controllo del mercato ittico di Gioia Tauro” (indagine Hybris della DDA di Reggio Calabria, marzo 2023).
Cetraro. Il mercato del pesce è da 50 anni nelle mani della cosca Muto, con un dominio che perdura ancora oggi. Franco Muto, chiamato “il re del pesce”, è stato arrestato nel 2016 nell’ambito dell’indagine sull’uccisione di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica (SA), ed è tutt’ora in carcere insieme alla moglie.
Cirò Marina/Cariati. “Il mercato del pesce monopolizzato dalla cosca Farao – Marincola”, com’è emerso dalle dichiarazioni del pentito Francesco Farao, figlio del boss Giuseppe. Operazione Stige del 2018 della DDA di Catanzaro, il cui processo si è concluso nel giugno del 2024 con 42 condanne definitive per centinaia di anni di carcere. Nel luglio del 2023 nuovo colpo dei carabinieri ai clan del pesce, nella prosecuzione dell’Operazione Stige. La cosca di Cirò controllava porti e pesca di Cirò e Cariati, : “Ai titolari delle pescherie di Cirò Marina veniva imposto l’acquisto del pescato dai pescherecci controllati dai clan; scattati i sigilli su società, magazzini con celle frigo e imbarcazioni ormeggiate al porto”.
Manfredonia/Mattinata. Mafia garganica, gli affari dei boss: “il mare è nostro!” (Inchiesta Omnia Nostra del 2021 della DDA di Bari, sul controllo dei porti e del pesce di Manfredonia e Mattinata).